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C'è uno scopo nel dolore e nella sofferenza?

Quest'articolo di Donato Santamaria è stato estratto e adattato da una sua predicazione nel Lazio nel 2017. Appare qui per gentile concessione del fratello Donato. Foto da Pixabay.

Perche'?
C'è uno scopo nel dolore e nella sofferenza?

Vi racconto una breve esperienza accaduta ormai un bel po' di anni fa. Terminato un lungo periodo di corso di formazione, in una delle ultime sere siamo usciti con i colleghi per mangiare qualcosa insieme e per festeggiare la nostra partenza. Uno dei colleghi, durante la serata, ha esagerato un po' con le bevande alcoliche e, dopo esser usciti dal ristorante, sulla strada del ritorno ne combina una delle sue: al centro di una piazza vede un bel monumento e, dopo essere salito sulla base, pian piano si arrampica sulla statua fino al punto che, preso dalla paura comincia a piangere perché non è più in grado di scendere.

Per sapere come va a finire c'è da arrivare in fondo a queste righe.

Perché?

Perché? Quante volte ci siamo fatti questa domanda? Perché accade questo? Perché succedono cose cattive? E soprattutto, perché le cose cattive accadono a persone buone? C'è uno scopo nel dolore e nella sofferenza? Che cosa produce (o dovrebbe produrre) la sofferenza nei figli di Dio (secondo 2 Corinzi 1:3-11)?

Dio è la nostra fonte di consolazione (1:3-7)

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione; perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Perciò se siamo afflitti, è per la vostra consolazione e salvezza; se siamo consolati, è per la vostra consolazione, la quale opera efficacemente nel farvi capaci di sopportare le stesse sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è salda, sapendo che, come siete partecipi delle sofferenze, siete anche partecipi della consolazione.

La parola "consolazione" in genere per noi rappresenta un "sollievo dal dolore" ma nell'accezione di Paolo, è la traduzione di "chiamare qualcuno da parte per aiutarlo". Una parola che presume che chi sta incoraggiando ed esortando, sta al nostro fianco nel momento del bisogno. Questo termine ha la stessa etimologia della parola che Gesù usa in Giovanni 14:16 per descrivere lo Spirito Santo.

Che bello avere queste certezze! Mi chiedo sempre come si possa vivere senza Dio. Allora si che vi è disperazione, cioè vita senza speranza!

Dio ha una ragione per consentire la sofferenza (1:6-11)

Anche se non avremo mai in questa vita la risposta perfetta e completa che vorremmo, in questa lettera Paolo ci fornisce cinque ragioni abbastanza esplicite più una che possiamo definire "implicita" per cui Dio permette la sofferenza.

1. Per prepararci ad aiutare gli altri che lottano (vv. 4, 6-7)

Quando è stata l'ultima volta che abbiamo incoraggiato qualcuno? Galati 6:2 "Portate i pesi gli uni degli altri e adempirete così la legge di Cristo."

2. Per farci focalizzare su ciò che è veramente importante (v. 8) e per farci rendere conto di quelle che sono le sofferenze "vere"

All'età di 59 anni, C. S. Lewis sposò Joy Davidman Gresham, un'americana che era 16 anni più giovane di lui. Nel giro di 4 anni perse però la moglie a causa di un cancro. Poco dopo scrisse il suo secondo libro sulla sofferenza, "Diario di un dolore" in cui troviamo forse la frase più conosciuta: "Dio sussurra nelle nostre gioie, parla nella nostra coscienza; ma quando siamo nel dolore egli ci chiama a gran voce; il dolore è come il megafono per svegliare un mondo ormai sordo." (C. S. Lewis) La sofferenza ci fa focalizzare sui problemi reali della vita e della morte.

3. Per far ricrescere la nostra fiducia in Dio (v. 9)

A volte le cose che succedono sono al di fuori della nostra capacità di gestirle. In quei momenti ci rendiamo conto che la nostra unica speranza è il Signore e impariamo veramente a dipendere solo da Lui.

4. Per convincerci che Dio non cambia e che interviene (v. 10)

La nostra crescita spirituale arriverà ad un punto in cui capiamo che dobbiamo abbandonarci interamente al Signore, fidarci di Lui completamente.

5. Per rivelarci la potenza della preghiera (v. 11)

Abbandonarci a Dio
Dobbiamo abbandonarci interamente al Signore, fidarci di Lui completamente.

Pensate a quanto sia bello questo versetto. Un ciclo che si ripete. Pregate per noi à Il Signore vi ascolta à noi otteniamo un beneficio à voi continuate a pregare per ringraziare.

Conclusione

Riprendiamo la storia raccontata all'inizio.

Eravamo arrivati al collega che, brillo, piangeva aggrappato ad una statua con la paura di cadere giù. Tutti noi eravamo alla base della statua e lo incentivavamo a lasciarsi andare, ad aprire le braccia e scivolare giù, ma lui aveva paura … perché aveva gli occhi chiusi o perché guardava dalla parte sbagliata. In realtà gli sarebbe bastato avere fiducia nelle nostre parole per capire che era appeso a non più di 20 cm dalla base. Nella nostra vita di figli di Dio dovremmo imparare a fidarci di Dio, ad abbandonarci nelle Sue mani. Lui ha tutto sotto controllo ed il Suo modo di guardarci non è condizionato da tutto quello che ci è attorno. A volte le ferite nella nostra vita lasceranno delle cicatrici. Cicatrici che dimostrano la nostra sofferenza. Ma la sofferenza non è una sconfitta, anzi, è motivo di crescita. Possiamo non capire questa parte del piano, ma abbiamo fiducia nel fatto che c'è un piano e qualcuno sa perfettamente tutto ciò che sta facendo o permettendo.

Soltanto poche pagine più avanti Paolo scrive queste parole:

2 Cor. 4:16-18 Perciò non ci scoraggiamo; ma, anche se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, il nostro uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. Perché la nostra momentanea, leggera afflizione ci produce un sempre più grande, smisurato peso eterno di gloria, mentre abbiamo lo sguardo intento non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono sono per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne.

Che possa essere il nostro modo di vedere la sofferenza, sapendo nelle mani di chi siamo.

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