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Salvezza che si vive

Quest'articolo è tratto dal libro "Le 4 croci del Golgota", scritto da Eduardo Mondola, fondatore della chiesa "Cristo Vive" di Latina Scalo. Appare qui per gentile concessione di Edizioni Patmos e dell'autore.

Bravura o amore?
"Io sono la vite, voi siete i tralci; chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto...

È così facile dimenticare che la salvezza NON è un oggetto che si possiede ma una vita che si deve vivere...

Da increduli comprendiamo il valore del Golgota per la nostra salvezza, ne comprendiamo il senso. Forse non abbiamo la completa rivelazione di tutta la profondità che si cela in quell'immagine, ma di certo, credendo nel sacrificio di Cristo per noi, nasciamo di nuovo. Questo è quello che ci serve in quel momento.

Arriviamo alla nuova vita per fede. Crediamo che noi non potevamo fare niente per salvarci da soli e allora ci rechiamo lì sul Golgota e, per fede, riceviamo quel sacrificio espiatorio nel nostro cuore. Per fede la morte di Cristo diventa la nostra morte e noi riceviamo la vita.

Cominciamo così a camminare, ad andare avanti e…ad allontanarci dal Calvario. Pensiamo di aver ricevuto la salvezza e che ora tocca di nuovo a noi vivere. Di nuovo non dipendenti da Dio. Di nuovo indipendenti. Ottenuta la salvezza per grazia, si insinua nella nostra mente il malsano pensiero di dover vivere con i nostri sforzi e con le nostre forze la vita in Cristo. Dimentichiamo che la salvezza è una vita da vivere secondo lo stesso principio che ci ha donato la nuova vita: fede nell'opera di Cristo. Fede nella potenza della croce.

La potenza della croce non sta solo nel permettere il realizzarsi del sacrificio di Gesù. La potenza della croce, partendo dalla morte di Cristo, ha a che fare con l'intera nuova vita di cui ora facciamo parte. Giorno dopo giorno, ritornando al Golgota, io ricordo che la morte del mio Signore è stata necessaria affinché io, da figlio di Dio, camminassi in completa dipendenza da Lui.

"Io sono la vite, voi siete i tralci;
chi dimora in me e io in lui,
porta molto frutto,
poiché senza di me non potete far nulla" (Giovanni 15:5).

Quando mi chiesero per la prima volta di predicare ero emozionatissimo. Quel pulpito incuteva un grande timore. Ero cresciuto vedendo alternarsi su quel pulpito quelli che io ritenevo dei giganti della fede, i miei padri spirituali, i miei eroi infallibili. Ora chiedevano a me di salire quei due scalini che mi avrebbero portato ad avere gli occhi di tutti fissi su di me e le loro orecchie attente a ciò che io avrei detto.

Non porta frutto
...senza di me non puoi fare nulla".

Pregai e studiai. Studiai e pregai. Ero molto teso. Avevo sempre creduto, e credo ancora, che il momento della predica fosse estremamente importante in quanto era il momento in cui Dio dava uno specifico messaggio a specifiche persone in uno specifico giorno. E il giorno arrivò. Non dimenticherò mai quella predica: Salmo 32:8 "Io ti ammaestrerò e ti insegnerò la via per la quale devi camminare; io ti consiglierò e avrò il mio occhio su di te". Ci fu molta edificazione nella chiesa. I responsabili furono molto contenti e uno, in particolare, con un atteggiamento molto solenne mi pose la mano sulla spalla e mi disse delle parole bellissime che non riporterò in queste righe. Sono parole che conservo nel mio cuore. Fui molto incoraggiato e sembra che anche la chiesa lo fosse. Così diventò sempre più frequente che mi chiedessero di predicare. Passarono i mesi e gli anni ed io, senza accorgermene, non provavo più la stessa emozione e lo stesso timore.

Quel pulpito non mi faceva più tremare, anzi, cominciava a piacermi. Mi esaltava. Mi sentivo un eroe e quando scendevo da quell' "alto luogo", le congratulazioni di tutti, grandi e piccoli, giovani e vecchi mi davano la conferma che dovevo proprio essere un eroe. Che stupido! Pensavo di aver imparato un mestiere e di essere ormai diventato molto bravo. Pregavo sempre di meno per avere la guida dello Spirito. Non chiedevo più al Signore di che cosa la Sua Sposa amata avesse bisogno. Tanto io sapevo come edificarla. Persi il contatto con il Cielo. Con molte lacrime dovetti imparare che invece dovevo sempre dipendere da Dio e ora, quando mi accorgo che non ho più il timore di salire sul pulpito, mi fermo e ricordo le sofferenze passate; mi fermo e torno al Golgota e ricordo le parole di Cristo: "…senza di me non puoi fare nulla".

Capii sulla mia pelle cosa volessero significare quelle parole. Perché, in realtà, noi vediamo che, se vogliamo, possiamo fare tutto anche senza Cristo: possiamo predicare, pregare, cantare e condurre una chiesa o una riunione della chiesa. Gesù non voleva dire che per noi sarebbe stato impossibile fare queste cose. Io le ho fatte senza Cristo e la cosa triste è stata che chi mi stava attorno non se ne fosse poi accorto. Gesù voleva dire che senza di Lui nessuna di queste cose avrebbe avuta alcuna rilevanza per noi, per la nostra vita e per la nostra crescita spirituale. Senza Cristo, senza una contemplazione della croce, senza l'applicazione della sua croce alla nostra vita quotidiana, niente ha senso nel Regno dei cieli. È paglia, fieno, stoppia, tutta roba che brucerà quando saremo davanti al Fuoco consumante.

Eduardo



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